Rudi RecordsCreative Music and Adventurous Jazz

Jazz Convention review | Tea Time

D’agaro De Mattia Maier, Tea Time, Rudi Records 2016

Indiscusso big shot della trasgressione ad oltranza, temprata da "costruttivi" battibecchi ed invettive con turbolenti coinquilini dei piani più a nord, il clarinettista-sassofonista Daniele D'Agaro si conferma roccioso portabandiera della forma aperta e della costruttività instabile, in fattiva condivisione, nel presente caso, con una sperimentata dualità di sodali : il roccioso solista (e non-dichiarato pensatore) che ha già potuto misurarsi da pari con figure quali Mengelberg, Honsinger, Teitelbaum (ricordandone anche le più recenti, indiscutibili partnership con Franco D'Andrea e Alexander von Schlippenbach), s'interfaccia al vivace esploratore di corde e cavate delle cui varie frequentazioni vogliamo fissare almeno i nomi di Anthony Braxton e Butch Morris, e il brillante flautista autodidatta e divulgatore, controparte tra gli altri di Gianluigi Trovesi o Glauco Venier, tutti egualmente investiti nell'insufflare spirito e conferire corpo ad una panoramica plurilingue di forte sapienza cameristica comunque pervasa delle più erosive energie jazz. «Scopo primario dell'artista è aprire almeno un punto di polemica nella comunicazione, diversamente direi che abbia interamente fallito»: presa di posizione netta, captata nel corso di una conversazione già non recente con il fiatista friulano, e non certo un manifesto pacifista, ma almeno un aforisma sulla strategia estetica coerentemente perseguita, individualmente ed organicamente in collettivo, per cui nel porgerci codesto invito per un'inattesa ora del tè, certamente i Nostri s'annunciano poco inclini ed ossequiosi nell'assecondarne etichetta e cerimonialità, e molto improbabilmente potremmo figurarceli a gingillarsi tra fragranze da salottino (e financo aromi da erboristeria), come suggerirebbe la leziosa (e quanto ironica!) sequenza di "speziali" titoli conferiti alle dodici articolate tracks di Tea Time, ma è pur vero che non si rinuncia totalmente al riferimento tematico (dal tratto "pungente" di Hip Rose all'esotismo sensuale di Mango o Pomegranate, dalle fragranti ondulazioni di Sage alle energetiche sferzate di Lemon o Ginger), come i tre si palesano abili ad imbastire entro un'intelligente alternanza di gamme e di stanze immaginative, in cui le forze eoliche dei fiati s'affiancano o, vicendevolmente, s'impattano fra esse o con le elastiche e telluriche energie del ligneo strumento basso. Lo sprone di tratto deciso operato da arco e corde di Giovanni Maier, gli apporti sfaccettati, per versatilità e sottigliezze, dal fiato di Massimo De Mattia, d'incontro con le spiritate ed argute volute d'ebano di Daniele D'Agaro, insieme di respiro sottile, più spesso fremente, non privo di corrosivo e gustoso humour, toccando picchi esplosivi, si palesano di somma abilità nell'amministrare al massimo le risorse di talento: in apparenza piuttosto incuranti del manierismo ma certo assai sensibili al valore della forma, si confermano attenti fautori di una rappresentazione responsabile ed edificante per tensione estetica, che tesaurizza blues cospirativo, punte avanzate post-accademiche fino al free più speculativo. Grande lezione di creatività made-in-Friuli, insomma, che non per la prima volta associa tre corpose personalità di un jazz che sarebbe comunque limitativo categorizzare come made-in-Italy, argomentando d'aver pienamente trasceso i limiti della "scuola" e dichiarandone con pienezza di titolo il carisma di "maestri" di un'espressione svincolata da gran tempo dai confini di genere. 
[Aldo Del Noce, Jazz Convention]

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